22 gen 2018

Leggenda della nascita di Roma: Romolo e Remo


Le leggende molto spesso hanno un fondo di verità.

Pare infatti che alcuni ritrovamenti archeologici sul colle Palatino confermino che nello stesso periodo in cui si svolge la leggenda di Romolo e Remo, dei villaggi intorno al colle Paltino si unirono in un unica città.
Tutto iniziò dalla lotta tra due fratelli: Numitore e Amulio.
Il primo ereditò dal padre il trono di Albalonga, ma il fratello, invidioso, lo cacciò, gli rubò il trono e, non contento, gli uccise 2 figli. L'unica a salvarsi fu la terza figlia, Rea Silvia, che però venne rinchiusa nel tempio di Vesta, nominandola sacerdotessa e facendole fare voto di castità. In questo modo sarebbe stato lui l'unico re di Albalonga. Un giorno però il Dio Marte si innamorò di REa Silvia e la rese madre di 2 gemelli: Romolo e Remo.
Re Amulio ordinò di uccidere i 2 gemelli, ma il servitore incaricato non riusci ad eseguire gli ordini, così li mise in una cesta e li abbandonò sul Tevere..REa Silvia invece venne imprigionata ed uccisa.
Il cesto andò verso la riva e qui vennero presi da una lupa che li allattò. Poi li trovò un pastore, Faustolo, che, insieme alla moglie, li crebbe come suoi figli.
Quando crebberò vennero messi al corrente delle loro origini, allora guidarono una sommossa contro Amulio e rimisero sul trono il nonno: Numitore.
Ad egli chiesero il permesso di fondare una nuova città nel luogo dove avvenne il loro ritrovamento, ma il problema sorse nel momento in cui dovevano decidere il nome della città e chi vi avrebbe regnato. Lasciarono la decisione agli Dei: Romolo scelse di osservare i segni degli Dei dal Palatino e Remo dall'Aventino.
Remo vide per primo 6 avvoltoi e lo disse al fratello, ma Romolo ne vide il doppio..a quel punto chi doveva diventare Re? chi li aveva visti per primo e chi ne aveva visti di più? Ne nacque una discussione tra i sostenitori dei 2 gruppi, vinse Romolo che tracciò un solco per delineare i confini della sua città, Remo venne ucciso e lui proclamò la nascita della nuova città: Roma.
Era il 21 aprile del 753 a.c..

Tra storia e leggenda: Il ratto delle Sabine

La leggenda racconta che Romolo, essendo Roma priva di donne in quanto dopo la sua fondazione si era popolata di soli pastori, decise di organizzare una grandiosa festa con vari giochi ed invitò i Sabini con le loro mogli e figlie con l’intento, poco onesto, di far rapire dai suoi uomini le loro donne.
In seguito a questo evento, il re della tribù sabina dei Curiti, Tito Stazio, alla guida del suo popolo si recò a Roma per chiedere la restituzione delle donne e vendicarsi dell’affronto subito. Entrati in città grazie all’aiuto della giovane Tarpea che aprì loro le porte, i Sabini cominciarono a combattere contro i Romani. Sopraggiunsero le donne che chiesero un armistizio perchè si erano affezionate ai loro rapitori e non potevano consentire che si versasse altro sangue. I due popoli si riappacificarono e Romolo regnò sulla città con Tito Stazio, così i Romani ed i Sabini formarono un solo popolo.
Dal nome della tribù guidata da Tito Stazio derivò ai Romani l’appellativo di Quiriti.
Plutarco racconta:
« Arrivò moltissima gente, anche per il desiderio di vedere la nuova città, e soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze. Molte finivano nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che spiccavano sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni, venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato quel compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da quell'episodio deriva il nostro grido nuziale. Finito lo spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono affranti, accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando il dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi solenni, vittime di un'eccessiva fiducia nella legge divina. Le donne rapite, d'altra parte, non avevano maggiori speranze circa se stesse né minore indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra di loro e le informava che la cosa era successa per l'arroganza dei loro padri che avevano negato ai vicini la possibilità di contrarre matrimoni; le donne, comunque, sarebbero diventate loro spose, avrebbero condiviso tutti i loro beni, la loro patria e, cosa di cui niente è più caro agli esseri umani, i figli. Che ora dunque frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte aveva già dato il loro corpo. Spesso al risentimento di un affronto segue l'armonia dell'accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto migliori in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo il proprio dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della patria. A tutto questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti (i quali giustificavano la cosa con il trasporto della passione), attenzioni che sono l'arma più efficace nei confronti dell'indole femminile. »

Secondo quanto racconta Plutarco, Romolo programmò il ratto per costituire in qualche modo l'inizio della fusione tra il popolo dei Romani e quello dei Sabini. Egli decise prima di tutto di diffondere la notizia di aver trovato sotto terra l'altare del dio Conso (dispensatore di buoni consigli) o anche di Poseidone Hippios, e di volerne celebrare tale ritrovamento con una gara ed una festa solenne. Romolo prese posto tra la folla ed al segnale convenuto, insieme ai suoi uomini, estrassero le spade e catturarono le figlie dei Sabini, lasciando fuggire i loro padri. Alcuni raccontano che furono rapite solo trenta fanciulle, Valerio Anziate cinquecentoventisette, Giuba II seicentottantatré, mentre Plutarco stima non fossero meno di ottocento. A favore di Romolo depose il fatto che non venne rapita nessuna donna maritata, se si esclude la sola Ersilia, di cui ignoravano la condizione. Il ratto fu spiegato da Plutarco non tanto come un gesto di superbia, ma piuttosto come atto di necessità, al fine di mescolare i due popoli. Il ratto avvenne il 21 agosto nel giorno in cui si celebrarono le feste dei Consualia.

Leggende e storia di Roma: le Oche del Campidoglio

L'avvenimento leggendario che vide come protagoniste le oche del Campidoglio fa parte della storia di Roma. Secondo la leggenda sarebbe avvenuto sul colle del Campidoglio nel 390 a.C. (per alcuni, nel 387 a.C.).

I Galli di Brenno assediavano Roma e cercavano un modo per penetrare nel colle. Qui si erano rifugiati i romani che non erano fuggiti a Veio o a Caere all'arrivo degli assalitori.
Il condottiero romano Marco Furio Camillo era in esilio ad Ardea a causa delle sue posizioni anti-plebee. Un messaggero, mandato dai romani di Veio prima a Roma e poi ad Ardea per richiamare il generale, era riuscito ad entrare sul Campidoglio nonostante l'assedio. Avendolo seguito, i Galli stavano per riuscire, nottetempo, a entrare nel Campidoglio.
Un'altra fonte parla di un cunicolo sotterraneo scavato dagli assedianti.

La leggenda narra delle oche, unici animali superstiti alla fame degli assediati perché sacre a Giunone, che cominciarono a starnazzare rumorosamente avvertendo del pericolo l'ex Console Marco Manlio e i romani assediati. Marco Manlio venne per questo episodio denominato Capitolino.

L'assedio fu respinto e l'imminente arrivo di Camillo cominciò a ribaltare le sorti della guerra a favore dei romani: i Galli cominciarono a subire le prime sconfitte mentre l'esercito del condottiero avanzava da Ardea. Gli assedianti cercarono quindi un compromesso: a fronte di un tributo pari a mille libbre d'oro, questi avrebbero tolto l'assedio. I romani, al momento di pagare, si accorsero che le bilance erano truccate e, alle loro rimostranze, Brenno, in gesto di sfida, aggiunse la sua spada alla bilancia pretendendo un maggiore peso d'oro e pronunciò la frase «Vae victis!» («Guai ai vinti!»).
Qui la tradizione narra un secondo episodio leggendario: mentre i romani chiedevano tempo per procurarsi l'oro che mancava, Camillo raggiunse Roma con il suo esercito. Una volta di fronte a Brenno, gli mostrò la sua spada e gli urlò in faccia: «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria» («Non con l'oro, ma con il ferro, si riscatta la patria»).http://it.wikipedia.org/

Origine del nome Roma

Qual'è l'origine del nome di Roma?

Non c'è molta chiarezza in proposito.

Alcuni storici sostengono che il nome derivi da una parola etrusca, rumon, che significherebbe fiume quindi Roma sarebbe "città del fiume"; per altri deriverebbe dalla parola romè, cioè forza.

Gli storici antichi ci hanno lasciato all'incirca una trentina di ipotesi sull'origine di questo nome, anche Plutarco disse la sua, egli raccontò che un gruppo di troiani si salvarono dalla distruzione della propria città e si rifugiarono sulle coste del Lazio. Le donne non volevano più ripartire perchè troppo stanche, così una di esse, Rhome, convinse le altre a dar fuoco alle loro navi, così da non poter più ripartire. Gli uomini si arrabbiarono con Rhome, ma poi si resero conto di stare bene nella nuove terre...così fondarono una nuova città chiamandola Roma in suo onore.

Ma non finisce qui...

Alcuni fanno risalire il nome alla dominazione etrusca, i quali chiamarono la città del Palatino Ruma e che poi i latini iniziarono a pronunciare diversamente.

C'è anche chi sostiene che Roma derivi dalla parola latina Rumis, che significa mammella, un chiaro riferimento a Romolo e Remo allattati dalla lupa.

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